Maria Luisa Sanfelice

Una martire involontaria
Antonia Bonomiluisa
Il primo a travisare la vera storia di Luisa di Sanfelice fu Alessandro Dumas, che in un romanzo di millesettecento pagine ne fa una giovanissima eroina romantica, una rivoluzionaria per amore. La televisione si era già appropriata alcuni decenni fa di questa storia d’inizio ottocento con un lacrimoso sceneggiato. Le “licenze poetiche” di Dumas la vogliono vedova e non adultera, impegnata politicamente e non semplicemente, tra gli altri, amante di un rivoluzionario e contemporaneamente non insensibile alla corte di un fedele monarchico. Vediamo di chiarire la vera storia di Luisa Sanfelice.

Luisa nasce dalla nobile famiglia dei De Molino e giovanissima sposa don Andrea Sanfelice, del ramo cadetto dei Duchi di Lauriano. La loro è una coppia sempre negativamente alla ribalta delle cronache mondane del regno napoletano: hanno tre figli e conducono una vita disordinata, sono carichi di debiti. Nel 1787 il re in persona interviene per tentare di far mettere loro la testa a partito. Sua Maestà Ferdinando IV, detto dal popolino re Nasone, nomina un amministratore fiduciario per quanto riguarda il dissestato patrimonio, colloca i tre bambini in collegi aristocratici e spedisce i due coniugi in campagna, nelle terre di famiglia ”a metter giudizio e racimolar denaro per pagare i debiti”. Nel 1791, secondo un rescritto reale, la situazione è questa: “in niente corretti essendosi i coniugi Don Andrea Sanfelice e Donna Maria Luisa De Molino, ma continuato avendo a menare la solita vita rilasciata e scandalosa all’eccesso”, il re passa a provvedimenti più severi facendo internare il marito in un convento a Nola e la moglie nel Conservatorio di S. Sofia in Montecorvino Rovella, considerati “luoghi di buon aere e di edificazione”. Per tre anni i due scapestrati stanno rinchiusi in convento, poi Don Andrea scappa, rapisce la moglie e tornano a Napoli. Il re chiude un occhio.
Si arriva all’aprile del 1799, siamo alla Rivoluzione Napoletana, poiché il nuovo governo repubblicano ha cancellato tutti gli antichi privilegi che tutelavano gli aristocratici insolventi la trentacinquenne Luisa è separata, o temporaneamente vedova come si diceva, perché Don Andrea si è dato alla macchia per sfuggire ai creditori e lei abita presso un’amica, la Duchessa di Capuano, in un appartamento di palazzo Mastelloni in Largo della Carità. È una vita noiosa quella che conduce Luisa. Niente più feste come ai tempi del re, ma solo ansia, incertezza con le navi inglesi che hanno rioccupato le isole di Ischia e Procida e minacciano il porto di Napoli, le truppe francesi del generale Championnet che presidiano la città, i fedeli al vecchio regime reale che saccheggiano le campagne, le bande di làzzari del cardinale Ruffo, vicario del regno, che si organizzano per riconquistare la città. E lei che cosa fa? Si fa corteggiare “assiduamente” da Gerardo Baccher, banchiere legato al vecchio regime reale e spera nel ritorno dei vecchi tempi, e da Ferdinando Ferri, che è il suo preferito, un ex avvocato che ha indossato i panni della Guardia Civile e si dichiara repubblicano ardente. Secondo altre fonti, l’amante prediletto era invece Vincenzo Cuoco, ex amministratore del marito Andrea e in seguito insigne storiografo.

Un giorno di questo aprile, dunque, Luisa riceve la visita del Baccher il quale le confida che la sua famiglia, tutti compreso il padre Vincenzo, è a capo di un complotto: il prossimo primo giorno di festa le navi inglesi e siciliane avrebbero bombardato Napoli, la milizia repubblicana sarebbe accorsa alla difesa del porto lasciando la città sguarnita e preda della plebe ostile ai francesi e dei fedeli del re che li avrebbero guidati. Inoltre, racconta sempre Baccher a Luisa, si è già provveduto a contrassegnare con simboli convenzionali i muri delle case da incendiare o tutelare, sono stati approntati salvacondotti per garantire gli amici dalle rappresaglie, e gliene consegna uno. Non appena Baccher se ne va, Luisa corre da Fernando Ferri (o Vincenzo Cuoco), l’amante prediletto e gli consegna il salvacondotto. Il giorno dopo Luisa è convocata per essere interrogata dal tribunale rivoluzionario. Infatti, il suo amante ha subito informato chi di dovere di quanto si sta tramando, gli amori di Luisa diventano di dominio pubblico, lei si rifiuta di dire il nome del suo informatore, ma sulla carta ci sono i contrassegni della famiglia Bacchet e fioccano gli arresti, tutti i congiurati finiscono nelle carceri di Castel Nuovo in attesa di giudizio. La Sanfelice se ne sta nascosta “timorosa di pubblico vituperio”, ma il 13 aprile la sua azione “coraggiosa” è esaltata in un articolo sul Monitore Napoletano, firmato da Eleonora Pimentel Fonseca ex bibliotecaria della Regina e diventata la musa ispiratrice della Rivoluzione. Nel pezzo è indicata come “l’egregia cittadina Luisa Molina Sanfelice che venerdì sera ha svelato al Governo la cospirazione di pochi non più scellerati che mentecatti che intendevano massacrare i buoni patrioti ecc. ecc. ”, e conclude: “La nostra Repubblica non deve trascurare di eternare il suo nome e quello del cittadino Vincenzo Cuoco”. Ma Luisa non aveva raccontato tutto a Ferdinando Ferri? Qualcuno avanza l’ipotesi che Luisa abbia nascosto il nome del vero amante, il Ferri, dietro a quello di Cuoco che… agli occhi del mondo poteva passare per un amico di famiglia. Eccola, dunque, madre e salvatrice della Patria suo malgrado, la consola il fatto che i Baccher siano salvi avendo negato ogni addebito, pensa che in caso di rovesciamento della situazione l’innamorato Gerardo possa aiutarla ancora.
Alla fine di aprile le truppe francesi abbandonano Napoli, scoppia l’anarchia, i làzzari di Ruffo la circondano, il 1° maggio il re, da Palermo, invia al cardinale una lista di “patrioti” da arrestare tra i quali c’è anche la Sanfelice.
L’assedio alla città dura fino al 13 giugno quando le truppe del cardinale, appoggiate dalla plebe ostile ai patrioti, la conquistano. E lo stesso giorno quello che resta della commissione rivoluzionaria, che procedeva con criteri militari, condanna a morte due dei cinque fratelli Baccher, tra cui Gerardo, e due altri complici fucilandoli in serata sotto un arco di scala a Castel Nuovo. Gesto inutilmente crudele, poiché sono le ultime ore della Repubblica Partenopea. Dal 14 giugno inizia il terrore. I rivoluzionari asserragliati nei castelli hanno ottenuto una resa onorevole e la possibilità di andarsene, ma il re cambia le carte in tavola e li fa arrestare mentre stanno per imbarcarsi per la Francia. I tribunali speciali si mettono all’opera, a conti fatti saranno eliminate circa 40.000 persone, tra i quali i più bei nomi dell’aristocrazia e della cultura. Luisa è terrorizzata, visitando la figlia in collegio le dice di “sentirsi perduta”, infatti è scovata dai làzzari in un soppalco dove si era nascosta, è trascinata in strada e sbattuta nelle carceri della Vicaria in compagnia di usuraie e donne di malaffare.

Ad Eleonora Pimentel Fonseca, in quanto nobile straniera, è negato il privilegio di morire decapitata ed è impiccata in piazza del Mercato, con il popolino che la motteggia: “ A signora donna Lionora, che cantava ‘n coppa ‘o triato, ora abballa ‘n miezzo o mercato”, alludendo al fatto che penzolava da una corda.
Il processo a Luisa Sanfelice inizia nella prima decade di settembre. La corte è presieduta dal giudice Damiani, i consiglieri sono Guidobaldi, Fiore, Della Rosa, Sambuti e Vincenzo Speciale che gode di pessima fama. La difesa è affidata agli avvocati Vanvitelli e Moles, patroni d’ufficio che in genere non si danno granché da fare anche per non generare sospetti. Ma nel caso di Luisa, graziosa e smarrita, che suscita commozione, tirano fuori le unghie. Lei dichiara di aver denunciato la congiura “perché soffriva all’idea dei giorni di sangue e di terrore” che si preparavano per Napoli, i difensori disquisiscono sul fatto che non ci può essere delazione nel denunciare una congiura al governo sotto il quale si vive, ma non c’è niente da fare: il 15 settembre Luisa è fatta passare in cappella dove avrebbe ricevuto i religiosi, i cosiddetti padri Bianchi incaricati di visitare i moribondi, e passato in preghiera le ultime ore della sua vita. Ma gli avvocati difensori non si rassegnano, Vanvitelli scopre un dispaccio reale che contiene nuove norme: le condanne vanno riferite al re e sottoposte al suo giudizio. La regola, in realtà, non si riferisce ai procedimenti in corso ma, tant’è, si può sempre tentare. E, malgrado le resistenze, ecco che i paladini di Luisa l’hanno vinta, l’esecuzione è rinviata in attesa di istruzioni regali e la condannata torna in carcere.
Il 25 settembre arriva il messaggio regale: deve essere giustiziata. Il 29 Luisa rientra nella cappella del castello del Carmine in compagnia di altri sei condannati dai quali apprende che il “suo” Ferdinando Ferri è nel carcere di Castel Nuovo. Avendo ammesso di aver firmato un memoriale, probabilmente se la sarebbe cavata con l’esilio.
Mentre prega con gli altri, ecco che Luisa rialza il capo e profferisce la frase fatidica: “Non possono uccidermi, aspetto un figlio”. Secondo una legge risalente agli Svevi, l’esecuzione delle donne incinte doveva essere rimandata a quaranta giorni dopo il parto. Il parere degli studiosi è che l’idea di attaccarsi a questo appiglio non fu di Luisa, ma suggerita da qualcuno degli altri condannati o dagli stessi religiosi, altrimenti non avrebbe aspettato fino a quel momento. Fatto sta che mentre gli altri se ne vanno al patibolo, lei torna in cella. Il giudice Vincenzo Speciale, il più carogna, non la beve e convoca una commissione medica presieduta dal più illustre clinico napoletano, Antonio Villari, per avere conferma. Questi visita la prigioniera e dichiara l’autenticità della gravidanza che è “di tre in quattro mesi”. Per quanto Vincenzo Baccher, il padre dei due ammazzati l’ultimo giorno di vita della rivoluzione, invochi vendetta chiedendo che sia fatta giustizia della loro delatrice, Luisa è intoccabile. All’inizio dell’800, la bugia della Sanfelice è di dominio pubblico, tutti sanno che non è incinta. Il giudice Speciale, incontrando il dottor Villari lo apostrofa con sarcasmo: ”Avete visto, la Sanfelice non è incinta, avevo ragione io”, e il dottore replica con ferma fierezza: ”Consigliere, se c’è qualcuno che merita la forca, siete voi. Eppure, se voi foste condannato a morte e diceste di essere gravido, io l’attesterei”.
Il 18 marzo 1800 ha luogo l’ultima esecuzione, il patibolo di piazza del Mercato è rimosso, le condanne all’esilio iniziano e Vincenzo Cuoco viene espulso dal regno, Ferdinando Ferri si imbarca per Marsiglia, per il mese di maggio è previsto un indulto generale. Il cardinale Ruffo è chiamato a partecipare ad un conclave, il nuovo viceré è il Principe di Cassaro indicato come uomo splendido, saggio e pietoso. Per la Sanfelice è ordinata un’altra commissione che la riconferma incinta, l’opinione pubblica la vuole salva, molti parlano di una possibile grazia reale.
Ma c’è sempre il padre dei Baccher a non mollare al presa: si reca personalmente a Palermo dal re per invocare giustizia e vendetta. Il re fa trasferire la Sanfelice a Palermo per una nuova visita medica e la lunga gravidanza, come era prevedibile, è smentita. Ancora c’è chi spera: il 26 agosto nasce il primo nipote maschio del re il quale, per antica usanza, deve concedere le tre grazie che gli chiederà la puerpera. E Maria Clementina, la neo mamma, chiede fra l’altro la grazia per la Sanfelice. Il re s’infuria.

Luisa ritorna a Napoli il primo settembre del 1800 e il 10 è ricondotta per la terza volta al confortoratorio, a metà mattinata la folla che non se lo aspettava la vede comparire in piazza Mercato, dove era stato eretto il palco con il ceppo e la scure. Luisa si rivolge a padre Puoti che l’accompagna e gli chiede: “Si soffre molto, padre, ad avere la testa tagliata?”. E, poverina, se si soffre ad avere la testa tagliata nessuno poteva dirglierlo e saperlo, ma che la sua è stata una morte crudelissima è documentato. Spaventato da un colpo di fucile sparato per caso da un soldato, il boia fa cadere malamente la scure e le fracassa una spalla, la folla incomincia a rumoreggiare, innervosito la finisce con il coltello da caccia. È sepolta nella chiesa del Carmine e fu la sola a pagare: il suo grande amore Fernando Ferri, ritornato a Napoli, dopo aver abiurato al passato di rivoluzionario riconquista il favore dei Borboni, è nominato ministro delle Finanze e muore ultra novantenne.
Com’era Maria Luisa Sanfelice Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Una persona istintiva e contemporaneamente calcolatrice, superficiale e sognatrice, anticonformista, curiosa, capricciosa, infantile e caparbia, spendacciona ed egoista, esibizionista, mancante d’intuito. Tutte piccole cose, sia chiaro, i cosiddetti peccati veniali che in quantità più o meno vistosa sono presenti nella maggior parte delle persone “normali”, se non fosse che Luisa aveva una propensione accentuata per le avventure erotiche, in poche parole era ninfomane, si esaltava scambiando l’avventura con la passione, soffriva di mania di persecuzione e si sentiva vittima del malanimo altrui. Inoltre, non era coraggiosa per carattere ma tendeva ai colpi di testa e diventava sconsiderata. Per concludere: un aspetto del suo quadro natale indica passioni infelici che incidono sulla vita, che la condizionano. Più vita condizionata di così!

 

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